mercoledì 3 maggio 2017

IL BEATO BARTOLO LONGO INVITA PAPA FRANCESCO A POMPEI


LASCIA STARE I SANTI 
di Gianfranco Pannone

Invito per Papa Francesco a Pompei 

«Francesco, va’ a restaurare la mia dimora, che, come vedi, sta andando tutta in sfacelo» 



Siamo docenti, genitori, alunni ed ex alunni delle scuole medie e superiori del Santuario di Pompei e a noi si sono uniti centinaia di devoti e fedeli. 
  
Bartolo Longo Fondatore delle Opere Pompeiane e delle nostre Scuole Cristiane poco più di 100 anni fa, sacrificando i suoi beni poté innalzare un imperituro Tempio monumentale alla Madonna del Santo Rosario, facendo germogliare istituzioni umanitarie e sociali: gli ospizi per i figli e le figlie dei carcerati ed i poveri, il seminario, le officine per le arti ed i mestieri e, soprattutto, la scuola...




La storia di Bartolo Longo non va letta come esemplarità agiografica, perché la sua vita si incarna quotidianamente nella nostra realtà: parlare del Fondatore significa specchiarsi nel contesto non solo di Pompei, ma di ogni Santuario nel Mondo, di carità vivente. 


Ieri mancavano i progetti, mancavano le idee; oggi quella vocazione d’amore non manca di certo, ma è ostruita da un cieco secolarismo, dalla priorità accordata al profitto, dovunque.

Oggi come ieri manca il danaro. Oggi più che ieri, però, noi cristiani vogliamo essere corone viventi del Rosario, testimoni nel mondo dell’Amore divino, quello che si traduce in sante opere, prima che parole. 



Ecco allora che le nostre istituzioni scolastiche diventano laboratori di una progettualità militante, dove il riscatto e la promozione dell’uomo avvengono nel segno della Fede. 

Bartolo lo avevo intuito con feconda lungimiranza: la scuola è un “cantiere” di intersezione tra umano e divino, dove le strade fuligginose dei ragazzi si trasmutano in opere di Misericordia. 

Solo la conquista di un’essenza decentrata dall’ego e ispirata a Dio consente l’acquisizione di un’identità professionale agonisticamente attiva nel Mondo.



Per scongiurare la chiusura delle scuole sono state prese iniziative dagli stessi docenti:

·         È stata richiesta una compartecipazione alla gestione della scuola;

·         Si è fatto appello all'ultima Conferenza episcopale nella quale si sottolinea l'importanza di tenere in vita la scuola cattolica seguendo le varie modalità;

·    Si è proposto un decurtamento delle proprie paghe e l'impiego volontario e gratuito per implementare iniziative di  orientamento e progetti extra-scolastici.



Noi, vogliamo parlarLe soprattutto dei nostri ragazzi, il cuore stesso della nostra Missione. 

Nessuna parola, infatti, esaurirebbe la traboccanza spirituale delle scuole pontificie senza chiamarli per nome. 


Non citiamo quelli che siedono ai primi banchi, quelli che varcano il cancello dopo aver salutato i propri genitori, quelli che hanno gli zaini profumati di merenda, ma quelli che camminano con la fretta di chi vuole dimenticare, quelli che non alzano il capo perché non sanno riconoscere la luce dalle tenebre, quelli che per primi digrignano i denti per non essere attaccati. 




Sono tante le storie in cui si è compiuto il miracolo della Vita, tante le esistenze rabbuiate dalla miseria e dalla disperazione, tali gli abissi interiori da non credere neanche che vi possa giungere grazia divina. 

Ecco cosa differenzia la nostra realtà da quella – pur preziosissima – delle scuole statali. Ma se Cristo si è mostrato all’uomo come esempio vivente, anche noi con l’umiltà di chi opera per il bene senza propaganda, vogliamo offrire testimonianze reali di questa carità educativa. 


Ci avvaliamo di nomi fittizi calcati, però, dalla realtà effettuale: le schede e le relazioni tecniche degli assistenti sociali le lasciamo negli archivi: il tempo un giorno sbiadirà le carte, ma non la memoria di chi ha intrapreso con questi ragazzi “difficili” un percorso di vita. 


Ci basta annoverare casi recenti per testimoniare l’efficacia di quello spirito educativo che Bartolo Longo ci ha trasmesso.



            Mentre suona la campanella dell’intervallo, dalla classe I dell’IPIA, esce uno stuolo festoso di ragazzi, corrono con grinta ed entusiasmo, giocano a contendersi il primato di velocità: chi arriva prima nel cortile è il più forte e sarà forse premiato dallo sguardo di qualche ragazzina. 

Tra loro c’è il figlio di un carcerato. Ha vergogna a raccontare di sé, non riesce neanche a inventarsi una storia a lieto fine, una famiglia “normale”, la vita gli ha tolto persino la fantasia. 


Aspetta che il padre esca dal carcere, cerca di meritare l’affetto di qualcuno, non sa che l’amore è gratuito e incondizionato. E quando i compagni parlano delle loro famiglie, indossa la maschera del duro e gioca a disprezzare la vita come un angelo decaduto. 


L’aula è un teatro e la cattedra rappresenta il “dietro le quinte”; qualcuno gli strappa di mano il copione per riscrivere una storia vera: la sua. 


Ci vorrà tempo, gli insegnanti e gli educatori lo sanno, ma la vita saprà restituirgli ogni applauso negato. 



Con lui c’è anche un orfano: il papà è morto in un incidente stradale e la mamma è disoccupata. Non sa con chi prendersela, a volte maledice la vita e chi gliel’ha donata. 

Illividisce con il rancore la memoria del padre: non avrebbe dovuto lasciarlo solo, non doveva morire. 


Gli eroi sono eterni, ma solo nelle storie e lui il tempo per leggere i romanzi proprio non ce l’ha. I compagni vestono bene, per lui non ci sono soldi; la sera, prima di coricarsi attende ancora il bacio materno, ma la madre rincasa troppo tardi, cercando per strada il lavoro della disperazione. 


Non avrà voglia di studiare, ma gli insegneranno a sfogliare le pagine infinite del cuore, dove nessun miracolo è impossibile. 




All’ultimo banco c’è anche il figlio di un ex detenuto, vive nelle palazzine, dove il cemento eguaglia le finestre alle latrine e nessun compagno viene a giocare. 

La sua famiglia ha il marchio di infamia, deve avanzare controcorrente, ma a volte il risucchio è abissale perché se rubi una mela sarai ladro a vita. Si crede al male più che al bene. 


Ma la progettualità cristiana lo richiama potentemente e d’improvviso si sente “normale”, anzi, addirittura speciale, perché toccato dalla misericordia divina. I compagni di classe seguono le sue impronte rivoluzionarie e scoprono che dal fango nascono i fiori.
           

Classe II: i ragazzi si sentono già grandi, ma qualcuno è ancora imberbe e tradisce nella voce un timbro puerile. Qualcuno è figlio di “reietti” declassati dal mondo, conosce persino le leggi che regolamentano il sistema carcerario. 

Ha fatto il compito di italiano sulla 41 bis e ti chiede in disparte di correggere le lettere destinate al padre. Mentre arrossisce, per aver deposto la maschera dell’indifferenza, scopri che anche un cuore in penombra batte potentemente, scopri che se la sofferenza arma di cinismo, l’amore converte in silenzio. 


Non ti ringrazia neanche e quasi ti strappa di mano la lettera: ha fretta di spedirla. 


Dalle dita sporche e rozze capisci che per sopravvivere deve lavorare, capisci che prima di chiedergli la sufficienza, dovrai aiutarlo a ritrovare se stesso per diventare uomo.

     
       
Risponde con accento dialettale, ma è sempre attento, alza per primo la mano anche quando non ricorda bene la lezione: è il figlio dell’abbandono, piagato dalla carenza di affetto. 

È un adulto in miniatura, non impreca contro la vita, non chiede il perché delle cose; è abituato a camminare con un fardello gravoso e obbedisce mitemente anche ai suoi carnefici. 

La madre, se solo potesse, lo ricondurrebbe di nuovo nel tepore del grembo, dove non esistono ferite e cicatrici, ma solo le carezze dell’aspettativa. 

Invece, la necessità lo fa crescere senza il sapore della primavera e senza neanche conoscere l’affetto genitoriale, dovrà fare da padre al fratello più piccolo. 

Dovrà dirgli cosa fare e cosa evitare senza che mai nessuno glielo abbia spiegato. Si meraviglia quando la scuola gli chiede semplicemente di essere se stesso, di deporre il fardello e riappropriarsi dell’infanzia, di apprendere dalle parole altrui oltre che dalla strada.



            Lo sanno tutti, ma nessuno glielo ricorda: è il figlio di un ergastolano, come tanti altri ragazzi, ma la sua è una storia incredibile. 

Per la società, il padre è uno spietato assassino, ha profanato la vita, mischiando al sangue delle vittime le lacrime del dolore altrui; 


baratta la rigidità dei cadaveri con le conquiste del potere, i divieti della coscienza con l’onnipotenza del danaro, il consenso della gente con i pregiudizi sociali. 


Gli avvocati gli hanno suggerito di ammalarsi e lui, abituato a comandare, ha saputo obbedire. È dimagrito fino a somigliare alle sue vittime e si è consegnato all’anoressia: la legge gli ha consentito di ricoverarsi in ospedale. 


Ma il sorvegliato speciale è riuscito a fuggire. Il mondo lo ha seguito dai televisori, il figlio dalle finestre della scuola, quasi aspettando che venisse a prenderlo. Non è venuto ieri, non verrà domani, ma lui ci crede ancora. 

Conosce l’altro volto dell’assassino, quello che nessun giudice potrà condannare, quello che nessuna sentenza potrà definire: il volto del padre


Per questo stesso volto, studia e si impegna a scuola, sa sorridere quando nessuno lo ricambia, occhieggia dal banco cercando consenso, cercando una parola che non accusi, un parere che non condanni. 


Non racconta nulla di sé, lascia che altri lo facciano in sua assenza; dice “sì” ai nostri progetti senza commisurare il tempo all’impegno: sa che la Vita è una vocazione irresistibile, chiama quando non si aspetterebbe più.

            Con lui giocano due fratelli dalla pelle ambrata e la chioma crespa, la madre appartiene al Sahara, il padre al mare che porta lontano; vivono con i nonni in periferia, per raggiungere la scuola sudano anche di inverno: sono sempre in ritardo. 

Ti ingoiano nella bellezza di un sorriso a denti larghi, come perle di luce tra onde di argento. Il più grande ha perdonato la madre, quello più piccolo la rinnega sognando che ritorni. Chissà da dove.


            Le nostre aule sono vasi comunicanti che traboccano di vita: scopri facilmente trame di esistenze annodate a più fili; alcuni ragazzi vi entrano da piccoli e ne escono adulti, con loro ci sono i fratelli minori da accudire, intere famiglie snodate come il rosario tra le dita. 

Capita allora che da una classe all’altra si diramino parentele che smentiscono persino la cronologia anagrafica.

È il suo caso, lo presentiamo: ha un nipote più grande che non vuole studiare. A volte, nel bagno, gli “passa” la soluzione di un problema o l’introduzione a un tema di italiano e non incide la diversità di programma, perché la sofferenza lo ha reso già adulto

è la vita a sbrecciare le pagine intonse dei libri di scuola. Vive con la sorella e il nipote, ma ha un fratello gemello che è stato trasferito al Nord, non lo vede da tempo e spesso si chiede come sia diventato. Eppure, quando si guarda allo specchio, scorge nelle sue fattezze quelle dell’altro, allora sorride sapendo di essere ricambiato. 

È un altro figlio di Bartolo Longo; per lui la scuola ha concepito un progetto grandioso: l’iniziazione alla vita di Cristo attraverso il conferimento della Comunione e della Cresima. 

Già, perché non sono pochi i ragazzi contesi dal Limbo della strada, che non hanno ancora incontrato Dio nei sacramenti, che, pur essendo nel grembo mariano, non conoscono fonte battesimale. Non ci spaventa la difficoltà del progetto, perché nel carisma cristiano lievitano le nostre vite.

       
Non per questo gli insegnanti si scoraggiano: non sono solo professionisti del mestiere, ma anche e soprattutto vettori spirituali, apostoli tenaci del Beato Bartolo Longo

Ai colloqui con i genitori viene sempre solo il padre: la madre ha il volto opacizzato dall’alcol, tanto da non distinguere una goccia etilica da una lacrima filiale. 


Negli occhi del figlio, a volte, la luce si estingue in silenzio marmoreo: è in questi momenti che la carità educativa agisce nell’imperscrutabilità divina.


            A nulla vale la ricerca adamitica dell’errore: 

quando sbaglia un genitore, è colpa di tutti, è colpa della società, del contesto, della storia, è colpa dell’indifferenza e dell’ignoranza, colpa di chi mira a punire senza rieducare alla vita, colpa di chi si sente immune, di chi forgia sentenze, di chi decide che il bene coincida con la morale, di chi non crede nella conversione del cuore, 

di chi elegge l’evidenza del reale come unica causa del tutto. C’è chi non sa di avere diritti e chi ruba impunemente quelli altrui.

 I figli di nessuno sono per noi figli di tutti, e mentre insegniamo le nostre discipline ci caliamo nelle loro esistenze, dopo aver chiesto al Santo Rosario di adoperarci come umili strumenti di carità. 

Per questo motivo nessuno scandalo ci arma di pregiudizi: accogliamo le creature dell’emarginazione, chi si sente “diverso” e irredento, chi paga per qualcun altro, chi ha tolto le bende alla dea Giustizia. 

Capita allora che siano i genitori a chiedere aiuto: disorientati dal sangue che scorre controcorrente, avidi di una vita che non genera fiducia, logorati dalla legge primordiale del più forte. 

Rinunciano ad essere padri, rinnegano la vocazione materna, impugnano i figli come armi di ricatto quando la sacralità della famiglia diventa una prigione. 

Lottano dinanzi ai figli, incendiando l’amore con la violenza, il rispetto con la sopraffazione; vince chi urla di più, chi colpisce con più forza e questi gesti ferini proiettano nei figli le ombre affilate della depressione. Un giorno diventeranno più violenti dei padri o forse saranno vittime di se stessi, condannati a contrarre la vita in un rantolo.



Eppure, non è facile disabituarsi all’amore. Lo sanno bene gli alunni delle scuole medie, pulsanti di una vita acerba che non conosce ricompense, ma solo castighi e divieti. 

Si assiepano intorno alla cattedra come se fosse una dispensa di merende, cercano il contatto come un simulacro di carezze, le loro voci si sovrappongono in un alveare stridulo e pullulante. 

Hanno bisogno di autorevolezza per distinguere la regola dall’imposizione, la preghiera dall’ingiuria.

Tra loro c’è qualcuno che neanche ricorda di avere una famiglia. 

La madre è morta in un incidente stradale, portando al Cielo anche la sorellina. Chissà da grande come sarebbe stata bella. Il padre è in carcere, esce per ritornarvi senza pentimento, vive di espedienti, ogni tanto qualcuno gli prepara la borsa per andare al “fresco”, è abituato alle pene come una bestia da soma. 

Il figlio, però, ha il viso angelico, la fronte bombata come una mela selvaggia, gli occhi color nocciola, incontaminati come una landa fertile, qualcuno già pensa di edificarvi il male. 

Ora vive con la nonna, che è agli arresti domiciliari. Per molti, per troppi, la sua è una storia qualunque di ordinaria miseria, non per noi, che giorno dopo giorno irroriamo la parola didattica con il carisma cristiano.

 Nella sua classe c’è chi è costretto ad indossare gli stessi panni anche quando diventano stretti, chi non può pagare l’abbonamento del treno per raggiungere la scuola. 

Nel silenzio della carità, gli insegnanti pagano per lui: quel “soldo al mese” che bastò al Beato per edificare la nuova Pompei, si moltiplica nel paniere della Provvidenza. 

Poi giunge, come una primavera precoce, il grande giorno, quello dell’esame. 

I ragazzi ardono di vita, pregustano le lusinghe dell’estate e quasi si sentono adulti. Nei loro volti gaudenti pulsano emozioni straripanti, ma non per tutti è così. C’è una ragazzina dal viso smunto che si rincantuccia in un angolo. Viene il suo turno, comincia a parlare, ma il tono decresce fino ad estinguersi in un silenzio ingombrante. 

I membri della commissione e i suoi insegnanti la incoraggiano, pensando che sia l’attrito dell’emotività a bloccarla. Poi le lacrime le rigano il viso e si rompono in singhiozzi graffianti. Scuote la testa, non è la paura dell’esame a frenarla, ma l’ansia feroce dell’abbandono: 

terminati gli studi, teme di perdere la sua unica e vera famiglia, quella incontrata nella scuola di Bartolo Longo. Per i ragazzi siamo questo.



Sono molte le storie al femminile, spesso si perpetua la tragedia dell’abbandono e della miseria e neanche nei sogni c’è spazio per il principe azzurro. Qualcuna fatica persino a stare seduta: il padre è un noto boss, un anti-eroe consacrato al male, con un cenno stronca vite sedotte dal potere

Con uno spettacolare raid aereo l’hanno condotto in carcere: mentre gli uomini in divisa glielo portavano via, il mondo esultava per il trionfo della giustizia. 


Le compagne di classe l’hanno vista in TV. Eppure, lei che è vissuta tra dolo e complotti, serba nel volto un candore disarmante, quasi fosse un’involontaria richiesta d’amore. Qualcuno la evita, come se le colpe dei padri  fossero una malattia genetica, una tara ereditaria impermeabile all’amore, immune da gesti di redenzione; 


invece Cristo è risorto per tutti, soprattutto per chi non lo sa. Si convive con la minaccia prepotente della non-vita, con il presentimento che ogni giorno sia l’ultimo, con il timore che neanche la morte affranchi l’uomo dalla miseria.


C’è chi irrora il guanciale di lacrime al fiele, confondendo l’immensità della volte celeste con l’angustia di una prigione irredenta, chi prega sulla tomba del padre sapendo che il boia ha consegnato ai figli un corpo mutilato. 



Sangue e potere sull’altare profano di Giuda; il mondo vuole i suoi eroi, sia pure maledetti, mentre la morte squarcia di acredine le narici dei giusti.

Poi c’è lui, un “caso” da prima pagina, una storia cruenta che lo piaga come una colpa adamitica: ha visto i genitori uccidersi a vicenda, tradendo in un gesto l’alleanza tra l’Uomo e Dio.

Da quel giorno interminabile la sua voce si è negata alla Terra per rivelarsi alla sacralità del silenzio. 

Parole dilaniata da un dolore primordiale e incontenibile, disumanamente imploso nel cuore di un bambino. 


Tra le labbra chiuse come inferriate carcerare, una fiaba di amore abortito, un passato bloccato nel presente, la condanna della memoria al ricordo eterno. 


Eppure Qualcuno, in un giorno di primavera, gli ha restituito la voce, imprimendo al verbo l’anelito al perdono.


Può finire tutto questo?


Noi crediamo fermamente di no, ma abbiamo bisogno del Suo aiuto :



Le chiediamo aiuto in nome dei Papi Santi Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II che amarono le Scuole di Bartolo Longo, perché il nostro è un Istituto Pontificio e tutto quello che avviene è fatto in Suo nome, Santità.

Oggi, insegnanti, alunni ed ex alunni, cittadini pompeiani, rappresentanti delle istituzioni civili e militari, credenti di Fede cattolica e non, da tutta Italia e dal Mondo, hanno aderito al Comitato "Difendiamo le Opere di Bartolo Longo", il quale ha promosso una petizione popolare raccogliendo le circa 3000 firme e con le quali si schierano al nostro fianco per salvaguardare i tre pilastri scolastici e morali che sono a Pompei:

La scuola media Bartolo Longo, il corso professionale per i Servizi Socio-Sanitari "Santa Caterina da Siena" ed il corso professionale per la Manutenzione ed Assistenza Tecnica "Bartolo Longo".

Con accorate parole Le inoltriamo questo invito, affinché si possa migliorare  la storia del Santuario di Pompei e delle Opere del Beato Bartolo Longo, ma, soprattutto, dare una speranza a migliaia di giovani.


È nostro desiderio poterLa incontrare e raccontarLe della grandiosità delle Opere Pompeiane, sappiamo che i Suoi tanti impegni fanno del nostro sogno un desiderio irrealizzabile, ma noi confidiamo in Lei e aspettiamo che parli con il nostro Vescovo Tommaso Caputo vis à vis perché sviluppi le scuole e persegua l’imperscrutabile e meraviglioso progetto di rinascita cristiana, come lo intendeva il Beato Bartolo Longo.

Come da sempre, continuiamo intensamente a pregare per Lei.

Ci è gradito porgerLe come delicato omaggio la poesia dell’Artista Professor Stefano Armellin, fedele sostenitore della causa longhiana e autore della Madonna del Vesuvio (foto sotto) in Piazza Schettini a Pompei dal 2009 a perenne ricordo della visita a Pompei del Papa Emerito Benedetto XVI

                                              Testo a cura della Prof.ssa Ilaria Di Leva
   
        
Santo Padre, L'INVITO per venire a Pompei per benedire la Via Crucis-Lucis che il Maestro Stefano Armellin allestirà per Ella nella Cappella del Beato Bartolo Longo clicca qui é dunque riassunto in questa poesia : 

Titolo : L'Amore. 

L'Amore è una carezza portata dal vento che scende dalla pareti del Cielo.
Chi sa perdonare sa amare perchè sa rinunciare.
L'Amore non fa male.
L'Amore resta.
L'Amore sa aspettare.
L'Amore ha bisogno di tempo.
L'Amore è equilibrato e bello.
L'Amore è giusto, nè pessimista nè ottimista.
L'Amore è una amplificazione reciproca della libertà.
L'Amore non è geloso.
L'Amore non dipende che dall'Amore.
L'Amore non ha volontà perchè la volontà implica costrizione.
L'Amore si manifesta, si rivela, si accoglie, si dona.
L'Amore non si ferma in questo mondo.
L'Amore non litiga e sa amare.
L'Amore non è avaro, superbo, invidioso.
L'Amore non possiede e non è posseduto.
L'Amore è umile.
L'Amore è casto e puro.
L'Amore non chiede nulla.
L'Amore da tutto.
L'Amore non ha bisogno che di amare.
L'Amore non sceglie, accoglie.
L'Amore non è pigro.
L'Amore non lascia e non viene lasciato.
L'Amore non è nè di sinistra, nè di destra nè di centro.
L'Amore fa male quando non è perfetto.
L'Amore è la pulsazione dell'Eternità.
L'Amore è sempre presente.
L'Amore ama i malati non la malattia, i poveri non la povertà, i ricchi non la ricchezza.
Dio è Amore. Il centro dell'Amore cristiano è la Croce risorta di Gesù.
La Verità è l'Amore.
Aspettando Papa Francesco al Santuario della Beata Vergine del Rosario di Pompei.
Pace e Gioia
Stefano Armellin, Presidente The Opera Collection dal 1983


Testo a cura della Prof.ssa Ilaria Di Leva






Stefano Armellin è un artista concettuale impegnato a sviluppare un proprio linguaggio che parli agli uomini dei nostri tempi. La sua "ossessione" più grande, LA CROCE, la geometria più usata e riproposta dalle origini dell'uomo, archetipo in cui si si sovvertono e si sviluppano i paradossi dell'uomo. 

LA CROCE, l'unico simbolo in cui convergono in un abbraccio di tavole inchiodate, raggi di forza divina originati da una debolezza estrema, da un totale abbandono. 

La CROCE, mistero e via da percorrere a cui non ci si può sottrarre. Mistero da indagare, coloristicamente da ricreare, concettualmente da sperimentare, spiritualmente da abbracciare.

Con questi sentimenti Stefano Armellin ripercorre la salita al Calvario della propria vita personale e della propria ricerca artistica, con una Passione e una determinazione ostinata e perseverante, due aspetti che caratterizzano quei servi che mettono mano all'aratro senza però mai voltarsi indietro.

Daniela Dian 2011